dijous, 18 de maig de 2017

Dal localismo all’universalità


L'any 2007 vaig participar en unes jornades literàries a Avellino (Itàlia): Le notti ritrovate. Aquesta va ser la meua intervenció.


Dal localismo all’universalità


Faccio una letteratura che oso qualificarla, grosso modo, d’identitaria, anche di localista. Ma bisogna prendere queste qualificazioni come semplici etichette; non sono per niente dei concetti chiusi, oppure dogmatici. Per me, le frontiere dei territori letterari sono sempre, per necessità di libertà creativa, elastici. Peraltro l’autore deve essere sempre invasore, anzi ha il dovere d’addentrarsi più in là di tutti oltre le frontiere. Forse qualcuno penserà adesso che qualificare la letteratura come identintaria e localista è un modo di sottostimarsi, proprio quando siamo immersi in un processo di globalizzacione che dispregia qualsiasi forma di localismo. Ma sono convinto che la letteratura soltanto può essere universale –che è cosa differente, senza dubbio contraria, al concetto presente della globalizzazione-, si parte dalla radice vitale, sentimentale, anche geografica e linguistica dello scrittore.

Disse lo scrittore russo Leone Tostoi: “Se vuoi essere universale racconta il tuo villaggio”.

Il mio villaggio è Xàtiva, città a cinquanta km di Valencia. Ecco: io racconto Xàtiva ed i suoi dintorni, e nomino con i loro nomi ogni strada, le piazze, i vicoli, i sentieri, il fiume che attraversa gli orti, le case nuove e le vecchie, le montagne e le colline, tutto quello che ancora esiste e quello che purtroppo è stato distrutto. Presente e memoria. Racconto quello che veramente conosco perché l’ ho vissuto. E così non ho bisogno di inventare per i miei personaggi una storia comune, un immaginario collettivo, un paesaggio d’ estate oppure in inverno, delle strade nobili, dei quarteri di muratore, contadini, impiegati, comercianti, puttane, polizie… Ho già una città inventata da varie migliaia d’anni.

Racconto la mia città, il mio piccolo paese, più propriamente patria, allo stesso modo che prima altri autori hanno racontato le loro. Vedo e racconto la mia città come Bassani vedeva e raccontava Ferrara, come Pratolini Firenze, oppure Pavese il Piemonte, Sciascia la Sicilia… E se con questi esempi non basta, possiamo ancora riportare i luoghi immaginari che universalizzarono García Márquez e Faulkner, Macondo e Yoknapatawpha; oppure la Vigàta siciliana di Camilleri. Sono tanti che hanno raccontato i loro villaggi… Faulkner magari rivoluziona la letteratura del Novecento, senza uscire da quel paesino dove abitano, esattamente, 6.928 bianchi e 9.313 neri. Raccontandoci i conflitti di questa particolare comunità umana Faulkner incorpora nella letteratura del momento tecniche narrative più innovatrici. In egual modo che James Joyce: “L'ambientazione delle sue opere, così saldamente legata a Dublino, lo fece diventare uno dei più universali e allo stesso tempo più locali scrittori irlandesi”.

Il consiglio di Tolstoi non è strano quindi nella tradizione e neanche nella modernità letteraria. Quanto localismo, per così dire, è la base sostanziale di buona parte di quella letteratura più universale, quanto “villaggio raccontato”. Io racconto Xàtiva non tanto come una geografia sentimentale, bensì come una rappresentanza proporzionale del mondo. Voglio dire, insomma, che tutto quello che accade in una popolosa città di dieci milioni di abitanti può succedere anche in un villaggio tra montagne di cento anime. Dove ci siano esseri umani, possono rappresentarsi tutti gli esempi della condotta umana, dall’amore all’odio, durante pace e durante la guerra. Io ho preso la mia città come spazio letterario, e non mi piace essere trattato come scrittore senza ambizione letteraria, antico, rurale, provinciale. Infine la modernità nell’arte non si misura dal tema o dall’ubicazione geografica, ma dall’uso rinnovato della tradizione e degli strumenti narrativi, così come hanno fatto Joyce e Faulkner.

Ma oggigiorno, circondati da tutta questa dottrina dalla globalizzazione pare che la modernità debba dimenticare il consiglio di Tolstoi, ed adesso, per essere moderni, non dobbiamo più raccontare il villaggio, bensì il mondo come una società unica ed uniforme, dove tutti mangiamo nelle stessi burger king o nelle stesse pizzerie, vediamo gli stessi film, vestiamo dunque uguale, spendiamo con la stessa moneta, parliamo uguale e pensiamo uguale. Non c’è passato, soltanto presente e futuro nel felice modo huxleiano, e così presto la differenza sarà soltanto se siamo della specie alfa, beta, gamma oppure epsilon. Andiamo dunque verso una società uniforme, cioè clonica. E la letteratura per conseguenza anch’essa globale e, purtroppo, similmente clonica. Parlare, dunque, di localismo è raccontare la diversità umana nel senso più ampio e democratico. Come ha fatto sempre la LETTERATURA –scritta qui con lettere maiuscole. Per questo mi dispiace per quei teorici che, nel loro ruolo immoderato di esegeti della globalità annunciano la morte delle letterature dell’identità.

Lo scrittore sceglie le parole con cui ricrea oppure ricostruisce il contesto storico, culturale e sociale che desidera rispecchiare. Grosso modo questo potremmo dire che è l’identità letteraria. Ogni autore costruisce una identità in cui confluiscono la lingua, lo spazio –físico e sentimentale–, la tradizione letteraria particolare e quella universale che gli interessa, lo stesso ambiente sociale, sul quale di solito riflette attraverso la fabulazione creativa. Tutto l’insieme configura l’ identità letteraria dello scrittore. Cionostante ci sono quelli che rifiutano questa identità, che affonda le radici nell’ambito collettivo vicino a loro, e che invece costruiscono la loro letteratura su altri influssi. L’universo della letteratura è ampio e diverso; e così deve essere.

Io racconto e fascio rivivere il mio villaggio, cioè la mia città, Xàtiva. Tremila anni di storia del passato e circa trentamila abitanti senza memoria nel presente. Il futuro è, come per tutti, una incognita. Città dei controversi papi Borgia, del pittore barocco Josep –o Jusepe– de Ribera, detto Lo Spagnoletto, che fece la sua traiettoria artistica a Napoli; Xàtiva oggi, anticamente Saetabis Augusta, città dovunque conosciuta nel tempo dell’ Impero Romano per i suoi fazzoletti di lino, città che fu culla della fabbricazione della carta in Europa, città dove nacque il rinomato –almeno tra noi– brigante Camot, lo sfortunato per antonomasia, che finì sulla forca dopo aver attraversato le cloache, trascinandosi come un bruco, ultimo tentativo per salvarsi invano dal patìbolo. Perciò quando un qualsiasi affare finisce male, diciamo che abbiamo finito come Camot. Nel 1707, per desiderio rancoroso del primo re borbonico, Filippo Quinto, la città fu incendiata ed i loro abitanti espulsi, ed ecco che noi siamo conosciuti col soprannome di “socarrats” (“i bruciati”, più o meno). Ma a tutti raggiunge la vendetta dei vinti, così nel museo comunale noi abbiamo posto il suo ritratto regio a testa in giù, per sempre. Quando finì la guerra civile, nel 1939, nel Terzo Anno Trionfale secondo il linguaggio prepotente della dittatura franchista, a Xàtiva furono messe a muro 74 persone. Spuntava il giorno quando il camion con i cadaveri entrava nella città che ancora non si era svegliata, e una donna, appena resa vedova, urlava ai falangisti che minacciavano quelli che osavano uscire al passaggio del veicolo, e gli mostrava un paio di scarpe: “Vigliacchi!, così uccidete gli uomini, all’oscuro e scalzi!”. Pochi mesi prima di aver fatto i conti i vincitori con i vinti, il 19 febbraio, di mattina, cinque aerei Savoia avevano lasciato cadere le bombe sulla stazione ferroviaria, quando la guerra era già di fatto finita. La terra tremò quel giorno: pezzi umani spenzolavano dagli alberi, sparsi lungo la strada: più di cento morti e circa quanttrocento feriti. Ancora oggi c’è chi vede con gli occhi aperti e chiusi i carrelli caricati di carne umana entrare presto nel cimitero verso la fossa più profonda che mai si era scavata. Ma il regime franchista chiuse il rubinetto della morte e da allora in poi uccideranno con rapidi contagocce. Allora era più facile morire di fame che non sazi di piombo. In quegli anni, il sindaco vestiva al solito con la sua uniforme di capo falangista, bianco di gala, ornato di medaglie. A lui gli chiese lavoro un altro personaggio celebre, il Formigo, povero molto povero, padre di molti figli, che abitava in una grotta accanto al castello. “I miei fligli hanno fame, signor sindaco”, gli disse. E il sindaco gli rimbeccò:” Se avete fame, vai a rubare”. E il Formigo gli fece caso e andò a rubare. Ma rubò a lui il raccolto d’arance. Siccome compì il delitto a faccia scoperta, fu subito imprigionato e portato in tribunale, in quel tempo, però, per i poveri c’erano troppi giudici e poca giustizia. Era chiaro che al Formigo gli sarebbe spettato l’ergastolo e ai suoi figli molti anni di fame. Ma questa storia realmente accaduta non finì così. Il Formigo argomentò davanti al giudice che era proprio il sindaco che gli aveva detto di andare a rubare, e dunque pensò che al sindaco non gli importava se rubava proprio a lui. E anche il giudice pensò così e lo lasciò libero.

Sono cose che ormai non avvengono più oggi. Questi personaggi facevano parte dell’immaginario collettivo, dal quale sono quasi sparite. Xàtiva diventò una città moderna quando l’uomo arrivò sulla luna. Da allora in poi cominciarono a morire le streghe, i guaritori, e anche le fate, i diavoli, i giganti, gli gnomi, le ninfe, le favole e quindi la volpe e il lupo, e il magico fiore del giglio azurro. Come ovunque la scienza vinse la mitologia popolare e l’ immaginario magico. In quel tempo cadevano vecchi palazzi, chiostri conventuali, il carcere borbonico. I confini della città si mangiavano via via i campi prima fertili, in cambio di strade d’asfalto e montagne di mattone. È difficile riconoscervi la città dell’ infanzia. È come se ci avessero rubato le tracce della memoria, come se mai si fosse abitato in quella città; come se fossimo esiliati in casa nostra. Questo è un tema letterario del presente: la trasmutazione della nostra società, nell’aspetto físico e magico. Il cambiamento irreversibile dalla grotta alla luna, dalla terra fertile all’infecondo ma profittevole mattone. Oggi non crediamo più a quelle streghe o a quelle fate; crediamo nella rete invisible dove abita Santo Google, di Bill Gates ed il paradiso Youtube.

Racconto la mia città, e narro anche dei miei, senza nessun pudore, ma tutto convenientemente mescolato e dissimulato: la tipica manipolazione del modo letterario. Mia nonna Maria, emigrante dalla vicina regione di Murcia, che ebbe diciotto figli, la maggioranza dei quali morirono, da come lei si lamentava di solito, a causa della malattia che ammazza sempre i poveri: la miseria. L’altra nonna, di cui ricordo ancora il suo sguardo serio, seduta accanto la tavola intanto preparava il cibo, e negli ultimi giorni di vita guardava con gli occhi fissi il tetto della camera, forse cercandovi l’ampio cielo della sua infanzia, quando abitava sulla vetta d’una piccola montagna, in una chiesetta che avevano in cura i genitori. Mio nonno Gabino, guardiano di notte e becchino di giorno, che dormiva quindi poco e in piedi, nei primi anni della dittatura fu punito per le sue affiliazioni politiche durante la Repubblica e condannato a lavorare come uno schiavo alla costruzione d’un pantano. L’altro nonno, Vicent, vendeva frutta in un piccolo posto del mercato comunale, cacciava uccelli per venderli se cantavano bene e aveva un bell’ asino che si chiamava Coronel (Colonnello). Mio padre era muratore, e morì in età ancora giovane per una malattia che trascinava da bambino. Una malattia che non lo ammazzò nell’infanzia come a molti dei suoi fratelli, ma lo punì per sempre. Una mia nonna scacciò da casa mia madre perché voleva sposarsi con mio padre, un uomo senza salute, “rugginoso”. E quando si sposò, l’altra nonna la minacciava con un coltello arrabbiata perché gli aveva rubato il suo diletto figlio debole e malaticcio. I miei genitori andarono il minimo a scuola, sebbene mio padre imparò a leggere e a scrivere per suo conto grazie alla Bibbia, fu infatti predicatore nella Chiesa Evangelica. Eppure morì ateo convinto. Negli ultimi anni della vita era spesso in ospedale, e come sempre ci entrava a braccetto con la morte e aveva un prete che voleva confessarlo a tutti i costi, affinché non morisse in peccato. Ma mio padre lo rifiutava sempre. Poi dopo essere scampato alla morte tre o quattro volte, stanco per l’insistenza del prete accettò una conversazione con lui. Dopo varie ore di dibattito, il prete, sconfitto, si arrese e gli disse: “Antonio, tu hai letto troppo profondamente la Bibbia”. E non tornò mai più nella sua stanza, e così mio padré morì poco tempo dopo, naturalmente in peccato, ma senza pentirsi di niente e senza avere nessun rimorso… Al contrario mia madre sempre ha detto che Dio esiste, e che lei di solito parla con Lui e lo vede. Una volta encuriosito le chiesi: “Mamma, com’è Dio?” E ella mi disse, commossa, come di chi condivide una chiave segreta: “E’ come una luce bianca e calda che si nascosde tra i mobili, sotto le tavole…”. Purtroppo non è la fede quella virtù, o difetto, che io ho ereditato da mia madre. Neppure so da chi ho ereditato la necessità di raccontare storie, di inventare favole come un bugiardo costretto. Prima di credere ho preferito giocare ad essere più o meno come Dio, e creare con i miei soli atrezzi nuovi mondi per l’universo delle parole e per il godimento dei lettori, forse voialtri.


Avellino, 25 novembre 2007

dissabte, 29 d’abril de 2017

El puig dels déus





Tens rostre de pedra esculpida,
tens sang de pedra dura...
Cesare Pavese



Dia de setembre. Vesprada de dissabte. A pesar de l'oratge embrosquilat de darreries d'estiu, mamprenem les bicicletes. Quants n'érem? Cinc? Potser sis? Retinc un parell de noms; els altres romanen ocults entre la boira de la memòria, de la mala memòria: bona part d'aquesta rememoració és un exercici de restauració.

Hem travessat Xàtiva de cap a cap, des del nostre barri del Raval fins als confins de la plaça de bous; hem recorregut la carretera de Simat entre les fàbriques, hem deixat arrere el pont de les Palanques, i, a l'últim tram, hem pres la carretera que mena a la Torre d'en Lloris. Ens hem aturat passat el segon revolt. Deixem les bicicletes entre els tarongers. Albirat des del faldar, el Puig esdevé muntanya colossal, d'una grandiositat corprenedora. Ens sentíem minúsculs.

«El Puig és màgic», diu algú. «És un meteorit, un pedrot caigut del cel», clarifica algú altre el mític origen del penyal que ens disposem a expugnar a força de cames. Fem una exhalació a cor i encetem l'ascensió sense saber ben bé quina senda ens ha de menar al cim, a l'ermita en ruïnes que el corona com un trofeu. Alberguem la confiança que el camí ens eixirà al pas per art d'encantament. Amb tot, fem burlesca d'aquestes pensamentades de penyals màgics i senderes meravelloses: «Això era i no era, arre burro polseguera...» Riem tot ascendint a camallades, alhora que la rostària s'aguditza i la silueta del penyal pren als nostres ulls una acusada horitzontalitat, ben bé de precipici que caldrà escalar.

Mentrestant, una grisor de núvols densos i amenaçadors inunda el paisatge de l'horta de Xàtiva, cobreix el cel des del cap de la vall de Montesa fins a nosaltres, tot riu avall. «Ens banyarem», adverteix algú. Diguérem que calia afanyar-se per guanyar prompte el cim, que trobaríem resguard a l'ermita i, en tot cas, segons que algú havia sentit a dir entre la gent de Llocnou i Barxeta, la tempesta es trencaria en arribar al Puig, que s'esberlaria per retre-li respecte. «Deixeu-vos de romanços i piqueu sola cap amunt!», això val dir algú, impacient. Fóra com fóra, trobàrem la senda: rierol de pedres que a trams desapareix entre irrupcions de roca viva.

Vestim pantalons curts: en passar rabents vora les mates de ruda, les freguem amb les cames crues i escampem l'olor punyent de la seua presència. Ramon Sanxis –un dels dos noms que puc associar a cares retingudes–, sempre amb un budell buit, es lamenta de la gana que li rosega la panxa. «Tinc fam. Per què no peguem mitja volta i tornem a berenar a casa?». No li fem cas; els aviem a fregar el bací, a ell i a la seua insaciable gana de revolta de riu: «Si no t'apanya el comboi, torna-te’n!», sentencíarem.

De tant en tant, Ramon Sanxis s'atura per refer l'alè. El sentim panteixar, ressagant-se, arrere, arrere... Fins que de sobte exclama, aporegat per haver de quedar-se sol enmig de la senda que mena al capdamunt del penyal màgic: «Espereu-me!». «Ramon, Ramon: vas nàixer desmaiat!», és la veu de Tino Climent, burleta de caràcter, figura espigada i camallarg, a qui no debades ja començàvem a dir-li "el cóp".

L'ermita, la tenim cada vegada més a prop. Com ben a prop tenim també les nuvolades espesses, d'un gris fosc i admonitori de pluja. Aviat cauen gotes sobre els nostres caps. Elevem els rostres acalorats perquè els esguite la incipient tempesta. «No hauríem d'haver pujat», se'n penedeix algú mentre gotallades esparses clapen les pedres i banyen la pols –sedimentada durant l'estiu eixut– de les paleres. «Quin tinga por, encara és a temps de girar cua», diu algú que vol passar pel més valent. «Jo tinc fam», reitera el clam Ramon Sanxis. «Pega un bram!», retruquem a cor.

Hem assolit el capdamunt. Victòria! Bat la pluja, a sacsejades, el cim del Puig; esguita les pedres antigues de l'ermita medieval; colpeja amb grans gotes el nostre cap, l'esquena suada. Des de l'altura imponent parem atenció al renou que ara arruixa els camps. El sentim i el veiem, ara que som al punt més alt del nostre país: la vall de Montesa i la de Barxeta, i l'horta de Xàtiva i de Llocnou que envolta el Puig.

Pertot arreu plou a la gana, com si l'aigua l'hagueren amollada cel avall a cànters plens. Tanmateix, on nosaltres som, dalt del Puig, a la replaça de l'ermita, no hi plou amb la mateixa intensitat: podíem dir que a males penes cau un arruixó intermitent, una pluja farfallosa. «Ací no plou com per baix», assenyala algú, a poqueta veu, amb inquietud. Som on volíem arribar: al cim d'una mítica orografia de la qual la llegenda diu que un déu va escindir d'una manotada, separant violentament el penyal del Puig del coll agut de Santa Anna tot just per la distància d'un pam gegant, diví.

Mirem l'entorn i sentim el pànic, la inquietud d'una basarda antiga i inexplicable. Aleshores ens sorprèn el tro, un retruny potent que pensem que ha esqueixat el cel. Davall els nostres peus, la roca alena: el rossoll profund d'una criatura colossal que tot just s’esparpilla d'un son secular. I el rellamp fa visible precipitant-se sobre un punt incert de la vall.

Recorde que ben junts, arraïmats, contemplàvem la pluja que assaonava la terra de la redor. Aplegats en aquella esporuguida comunió seguírem l'avanç de la nuvolada que encapotava la Creueta i Santa Anna, flotava sobre la serra del Castell, s'hi ensenyoria d’un confí a l’altre de la Costera, entre la serra del Toro i el cim del Capurutxo. Com n'era, de forta, la tremolor que ens sotraguejava a cada tro que feia cruixir el cel! Però no va ser el retruny continuat, ni les rellampegades furients, ni el fred que ens aborronava cames i braços nus allò que va doblegar-nos cos i sentits: va ser la revelació sobtada de la remota màgia que habita i empara el penyal del Puig...

1998

diumenge, 19 de març de 2017

La fulgurant bellesa del teu món


Foto: Antoni Marzal

De seguida que t'he vist, tan ben embolicada en cel·lofana, se m'ha representat el maniquí de Sisa, aquell millor regal que podien fer-li pel seu sant. Però m'he adonat de la teua mirada esbalaïda, expectant, atònita. La teua emoció m'ha fet recordar un curt de Pasolini en què revisita Otello amb una companyia de titelles. Capriccio all'italiana. Passa el femater i se'n duu dos vells titelles. Els reballa al camió del fem, mentre els altres titelles de l'obra lamenten el tràgic final dels seus companys. Que tard o d'hora serà també el seu. El femater és Domenico Modugno, que canta amb aire apesarat Cosa sono le nuvole. Abocats en el femer com a inútils andròmines, Otello-Davoli pregunta meravellat que és allò tan bell que es mou sobre el blau immens, i Jago-Totó li respon que són els núvols: Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato! Otello té la teua mateixa expressió, mirada atònita davant la bellesa d'un món exterior que tu només coneixes per vagues insinuacions, suposicions nascudes i crescudes entre els límits exclosos del taller de l'artista creador. Atrevida ignorància que sospita un món, el somnia, i l'anhela en la mateixa desproporcionada mesura que el desconeix. Per això, quan per fi has albirat aquest món de camí cap a la falla, el dia dels preparatius per a la plantà, quan has descobert dalt del cel la punyent bellesa de la creació que són els núvols, t'hi has commogut. No seré cruel amb tu i no et descobriré que la bellesa del món que acabes de descobrir serà tan efímera com la teua mirada pintada en un rostre de cartó. No sé si coneixes o sospites el futur que t'espera, potser te l'han insinuat i no te l'has cregut. T'embolcallaran uns altres núvols, tanmateix de fum; llavors comprendràs la fulgurant bellesa del teu món.

Publicat al fanzine El verí del foc, a la secció Una imatge i vint línies, de la falla Juan Ramón Jiménez de Xàtiva (Març, 2017).




divendres, 27 de gener de 2017

El somni de la seua vida (Alumnes IES Josep de Ribera 2005-2006)

No falta gaire perquè Jaume Bayarri i l'equip de Paella Productions ens convide a l'esperada estrena del curt #ElSomniDeLaSeuaVida.
Amb tot, no és la primera vegada que aquest relat passa del llibre a les imatges. Fa uns quants anys, els professors de valencià de l'IES Josep Ribera de Xàtiva, Maria Josep Juan i Filibert Pons, comboiaren els seus alumnes del curs 2005-2006 per fer aquesta visita per Xàtiva tot seguint la ruta del relat.



dissabte, 19 de novembre de 2016

Els ulls d'Alboi



Aquesta història va passar fa molts i molts anys, ben abans que regnara entre nosaltres el mític rei Pepet, aquell qui de xicotet portava sabatetes de fusta. En algun indret dels voltants d'Alboi i de la cova Negra hi havia hagut, temps era temps, un parell ullals o ulls aigua, avui desapareguts. I aquesta llegenda explica com va ser que aparegueren en el riu.

Vivia a Alboi un ric senyor que tenia tres fills i una filla. Del govern de la ciutat de Xàtiva va rebre l'encàrrec de fer una construcció que portara l'aigua des del naixement de Bellús fins a les fonts de la ciutat.
El senyor d'Alboi va encomanar aquesta tasca al més gran dels seus fills. Aquest va construir una llarga canonada, compacta i continua, que resseguia el curs de riu, després continuava terra a través salvant els desnivells amb nombroses arcades, entre les quals l'imponent aqüeducte de les Arcadetes d'Alboi. Quan la seua germana va veure enllestida aquella obra es va atrevir a comentar-li que, a parer seu, allò no acabaria a fi de bé.
Construïda per fi tota la llarga canonada, amollaren l'aigua. Però la pressió que va fer el corrent va ser tan fort que tota la construcció va rebentar.
El senyor d'Alboi va decidir d’encarregar ara la tasca al fill mitjà. Aquest, però, va repetir pèl per pèl allò que havia construït el seu germà gran. Igualment la seua germana li va comentar la seua sospita que allò acabaria de la mateixa mala manera. Com en la primera ocasió, no li feren cas. I en deixar anar l'aigua, tota la conducció va esclafir de nou.
L'assumpte ja pintava mal per al senyor d'Alboi, que temia un altre fracàs, la vergonya consegüent i fins i tot la ruïna per a ell, atès que el termini per lliurar l'obra feta s'exhauria. Així que ara va confiar l'encàrrec al fill més menut. I aquest, no gens escalivat per l’experiència fracassada dels seus germans, va repetir pas per pas l'obra d’ells. La seua germana també el va advertir que si els dos primers intents havien acabat en fracàs, era de preveure que intentar-ho per tercera vegada també acabaria en desastre. I de fet així va succeir: en deixar anar l'aigua cavallera, tota la construcció va tornar a rebentar.
El senyor d'Alboi estava desesperat. No li quedava cap fill més a qui encomanar la tasca, excepte, és clar, la seua filla, que tantes vegades havia insistit que l'obra feta pels seus germans no estava ben construïda.
Tu et veus capaç de dur a bon terme aquesta obra? –li va preguntar son pare en presència dels seus altres germans, cap dels quals no confiava en la capacitat de la seua germana, tampoc son pare, però es trobava aigua al coll i no li quedava ningú més a qui encomanar-se.
Jo puc fer-ho –va dir la filla a son pare, ben convençuda.
I es va posar mans a l'obra. A diferència del que havien fet els seus germans, ella no va construir una canonada tota seguida i compacta. A cada tram, va obrir uns respiradors, petites torres a manera de curtes xiumeneres. Quan tota la conducció va estar construïda amb aquests respiralls, amollaren l'aigua.
I en aquesta ocasió sí que va arribar sense problemes fins a les fonts de la ciutat de Xàtiva.
Gràcies a això, el senyor d'Alboi va poder satisfer l'encàrrec i no es va arruïnar. Però va considerar que el fet que la seua filla, una dona, l'haguera salvat del destret era una humiliació que no podia suportar ni consentir. I d'acord amb els seus tres fills, i per a evitar que en un futur poguera tornar a deixar-los en evidència, li arrancaren els ulls i els van reballar al riu.
Dels ulls d'aigua ja no hi queda cap rastre, però la conducció que ella va construir encara es conserva i ressegueix els meandres del riu d'Albaida, des del naixement de Bellús fins a les Arcadetes d'Alboi.

Me la va contar Carles Grau, a qui li la contava la seua àvia d'Alboi.




dimarts, 1 de novembre de 2016

El cas de por que li va passar a un que furtava peres



Això era un home que estava molt i molt desvanit de la perera que tenia en l’hort, tot i que era un hort xicotet, al costat del riu, ran d’un barrancó. Ara: la perera era enorme, colossal, i feia unes peres boníssimes, gustoses a més no poder, com un sucre. Així que l’home no es cansava de mirar l’arbre atibacat, pagat i satisfet ell de ser l’amo d’aquella meravella del món, que no n’hi havia una altra de més extraordinària.
Tant se la mirava que podia alfarrassar sense equivocar-se quants quilos de peres hi havia. I va ser per això, perquè se la mirava tant, fins que els ulls li coïen, que es va adonar que algú altre també li tenia amor a les seues estimades peres...
Aquell dia, en l’hort, tirava pedres de ràbia al barrancó, i maleïa el lladre, i pensava com el podria empomar i com l’escalivaria. I es feia mala sang, i flastomava contra el lladre entre si, fora d’ell: Malapeça! Malapell! Malandrí! Així que aquella nit es va amagar dalt d’un arbre i va esperar... i va esperar... i va esperar... Fins que el lladre va aparèixer, tot silenciós, més tranquil que una mona, entre la foscor de la nit, amb una cistella al braç, com qui va al forn a pel pa encomanat. Es va enfilar dalt de la perera, i: esta vull, esta no vull, va omplir la cistella a caramull. I tal com vindre, se’n va anar: tino-tano, com una mona descarà, pel camí del riu enllà.
Però ara l’amo sabia qui era i ja tenia decidit quin escarment li prepararia.
La nit següent, l’amo de la perera, amb un llençol vell es va disfressar de fantasma, i va esperar que tornara el lladre amb la seua cistella. I el lladre va arribar a l’hort, tranquil com un mona, com la nit anterior, i va pujar dalt la perera. I quan ja va ser a lo més amunt, l’amo de la perera va eixir de darrere d’un tapit baladre on s’havia amagat, vora riu, i va començar caminar pel camí, en direcció cap a l’hort, amb la disfressa de fantasma i un quinqué a la mà, de flameta grogussa i dèbil, i l’engrunsava com un escolà engrunsa l’encenser. I així, a pleret, anava acostant cap a l’hort pel camí del riu, i feia, amb veuarra de barranc, retronant:

Ara que estic viu,
vaig rodant per este riu...

Ara que estic viu,
vaig rodant per este riu...

El que estava dalt de la perera, en sentir i ataüllar l'esperit enllançolat que venia pel camí del riu i cap a l’hort, es va posar blanc, com un glop de llet, com una paret emblanquinada, com un grapat de neu, com un paper fumar, com una cara esglaiada...
L’amo de la perera va arribar, per fi, fins al seu hort, i ara retronava:

Ara que estic mort,
vaig rodant per este hort...
Ara que estic mort,
vaig rodant per este hort...

El lladre es va posar a tremolar dalt de l’arbre, i no sabia què fer, si mantindre’s allà dalt per no ser descobert pel fantasma, o pegar un bot i arrear a fugir que els peus no li havien de tocar terra. Però mentre es decidia, si bote o no bote, que l'esperit se li acostava, se li acostava per l’antera de l’hort, arran del talús... Se li acostava, se li acostava! Fins que la veuarra va atronar:

I ara que vaig per l’antera,
agarraré qui està en la perera!!!

I ara sí, el lladre, cagat de por, es va tirar d’un bot de l’arbre i va pegar a fugir cames em valguen, com si l’acaçaren, només a ell –només a ell!–, totes les animetes del purgatori...



Me la va contar l'amic Vicent Moscardó, de Benigànim

dilluns, 12 de setembre de 2016

Els ponts del diable



Aquesta novel·la va ser la meua primera incursió en el món de la literatura "juvenil". La va publicar Columna Edicions l'any 1995, i en va fer una altra reedició el 2005. L'editorial Bromera va desestimar-ne la coedició. No obstant això, un any més tard, va fer la coedició d'El lledoner de l'home mort

Els ponts del diable va rebre el Premi Samaruc de Literatura Juvenil de l'Associació de Bibliotecaris Valencians 1996.

La podeu llegir picant aquest enllaç:





1995
2005